Primo Levi

Nel 1937 si diplomò al liceo classico e si iscrisse al corso di laurea in chimica presso l’Università di Torino. Nel novembre del 1938 entrarono in vigore in Italia le leggi razziali, dopo che in Germania l’antisemitismo si era manifestato attraverso atti di violenza e sopraffazione. Tali leggi avevano introdotto gravi discriminazioni ai danni dei cittadini italiani che il regime fascista considerava “di razza ebraica”. Le leggi razziali ebbero un determinante influsso indiretto sul suo percorso universitario e intellettuale.Il 8 settembre 1943 venne arrestato dai nazifascisti in Valle d’Aosta venendo prima mandato in un campo di raccolta di tutti gli ebrei a Fossoli e nel febbraio dell’anno successivo, deportato nel campo di concentramento di Auschwitz  in quanto ebreo.

Scampato al lager, tornò avventurosamente in Italia, dove si dedicò con impegno al compito di raccontare le atrocità viste e subite. Infatti, il 22 febbraio 1944, Levi e altri 650 ebrei, donne e uomini, vennero stipati su un treno merci (oltre 50 persone in ogni vagone) e destinati al campo di sterminio di Auschwitz in Polonia. Levi fu qui registrato (con il numero 174.517) e subito condotto al campo di Buna-Monowitz, allora conosciuto come Auschwitz III, dove rimase fino alla liberazione da parte dell’Armata Rossa, avvenuta il 27 gennaio 1945. Fu uno dei venti sopravvissuti dei 650 ebrei italiani arrivati con lui al campo. Levi attribuì la propria sopravvivenza a una serie di incontri e coincidenze fortunate. Innanzitutto, leggendo pubblicazioni scientifiche durante i suoi studi, aveva appreso un tedesco elementare. Di rilevante importanza fu parimenti l’incontro con Lorenzo Perrone, un civile occupato come muratore, il quale, esponendosi a un grande rischio personale, gli fece avere regolarmente del cibo. In un secondo momento, verso la fine del 1944, venne esaminato da una commissione di selezione, incaricata di reclutare chimici per la Buna, una fabbrica per la produzione di gomma sintetica di proprietà del colosso chimico tedesco IG Farben. Insieme con altri due prigionieri (entrambi poi deceduti durante la marcia di evacuazione) ottenne un posto presso il laboratorio della Buna, dove svolse mansioni meno faticose ed ebbe la possibilità di contrabbandare materiale con il quale effettuare transazioni per ottenere cibo. Nel far ciò si avvalse della collaborazione di un altro prigioniero a cui era molto legato, Alberto Dalla Volta, anch’egli italiano. Infine, nel gennaio del 1945, immediatamente prima della liberazione del campo da parte dell’Armata Rossa, si ammalò di scarlattina e venne ricoverato nel Ka-be (dal tedesco Krankenbau, in italiano “infermeria del campo”), scampando così fortunosamente alla marcia di evacuazione da Auschwitz, nella quale sarebbe morto Alberto. Il viaggio di ritorno in Italia, narrato nel romanzo La tregua, sarà lungo e travagliato. Si protrarrà fino a ottobre, attraverso Polonia, Bielorussia, Ucraina, Romania, Ungheria, Germania e Austria.

Lui fu anche uno scrittore:


(Primo Levi, primi versi della poesia Shemà epigrafe in Se questo è un uomo)
Venne trovato morto l’11 aprile 1987 alla base della tromba delle scale della propria casa di Torino, in Corso Re Umberto 75, a seguito di una caduta: rimane il dubbio se la caduta, che ne ha provocato la morte, sia dovuta a cause accidentali o se sia stato un suicidio. Questa ipotesi appare avvalorata dalla difficile situazione personale di Levi, che si era fatto carico della madre e della suocera malate. Il pensiero e il ricordo del lager avrebbero, inoltre, continuato a tormentare Levi anche decenni dopo la liberazione, sicché egli sarebbe in un qualche modo una vittima ritardata della detenzione ad Auschwitz. Il suicidio di Levi rimane comunque un’ipotesi contestata da molti, poiché lo scrittore non aveva dimostrato in alcun modo l’intenzione di uccidersi e anzi aveva dei piani in corso per l’immediato futuro. Le spoglie dello scrittore riposano presso il campo israelitico del Cimitero monumentale di Torino.

Sara Bargiacchi & Kristel Dumi 🙂

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Anna Frank

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La sua storia 

Anna Frank è una ragazzina ebrea che durante la Seconda Guerra Mondiale è costretta a nascondersi per sfuggire ai nazisti. Insieme ad altri sette compagni vive in clandestinità nella casa sul retro in Prinsengracht 263 ad Amsterdam. Dopo due anni questi clandestini vengono scovati e deportati nei campi di concentramento.

 

Anna Frank nasce il 12 giugno 1929 nella città tedesca di Francoforte sul Meno, dove la famiglia del padre risiede già da generazioni. Margot, la sorella, ha tre anni e mezzo più di Anne. La crisi economica, la salita al potere di Hitler e i crescenti sentimenti antisemitici pongono fine alla serenità della loro vita familiare. Otto Frank e la moglie Edith decidono, come molti altri ebrei, di lasciare la Germania .

 

Per qualche tempo vi è ancora la speranza che l’Olanda non venga coinvolta nel conflitto, ma il 10 maggio 1940 le truppe tedesche invadono il paese. Cinque giorni più tardi l’Olanda si arrende e viene occupata. Ben presto vengono introdotti provvedimenti antisemitici. La libertà di movimento degli ebrei viene sempre più limitata, Anne e Margot devono frequentare una scuola ebraica e Otto non può più essere il proprietario della sua azienda.

 

Dopo il fallimento di un ulteriore tentativo di emigrare negli Stati Uniti, Otto ed Edith Frank decidono di nascondersi. Insieme a Hermann van Pels, un suo dipendente ebreo come lui, e con l’aiuto di altri due impiegati, Johannes Kleiman e Victor Kugler, Otto allestisce un nascondiglio nella casa sul retro dell’edificio in Prinsengracht 263 che ospita la sua impresa.

 Anne riceve un diario in dono per il suo compleanno. Inizia immediatamente a scrivere e durante il periodo trascorso nel nascondiglio annota gli avvenimenti dell’Alloggio segreto e parla di sé. Il diario le è di grande conforto. Anne scrive anche brevi racconti e tiene nota delle citazioni di scrittori famosi in uno speciale quaderno delle “belle frasi“.

 

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Eili Zadrima

 

 

LE RISIERA DI SABBA

 

La Risiera di San Sabba, situata a Trieste  utilizzato per il transito, la detenzione e l’eliminazione di un gran numero di detenuti, in prevalenza prigionieri politici ed ebrei.

Oltre ai prigionieri destinati a essere uccisi e quelli destinati alla deportazione furono catturati anche civili nei rastrellamenti o des

tinato al lavoro forzato.

Nei campi di concentramento c’era un forno crematorio che veniva utilizzato per bruciare i cadaveri.

La Risiera oggi è un museo e nel 1965 è

divenuta monumento nazionale.

Il complesso di edifici che costituivano lo stabilimento per la pilatura del riso era stato costruito nel 1898 nel rione di San Sabba.

alla periferia della città e fu trasformato inizialmente in un campo di prigionia provvisorio per i militari italiani catturati dopo l’8 settembre: venne denominato Stalag 339.

I nazisti, dopo aver utilizzato per le esecuzioni i più svariati metodi, come la morte per gassazione utilizzando automezzi appositamente attrezzati, si servirono all’inizio del 1944 dell’essiccatoio della risiera, prima di trasformarlo definitivamente in un forno crematorio.

L’impianto venne utilizzato per lo smaltimento dei cadaveri e la sua prima utilizzazione si ebbe il 6 aprile 1944 con la cremazione di una settantina di cadaveri di ostaggi fucilati il giorno precedente.

Da allora, fino alla data della liberazione, il forno crematorio fu adoperato per bruciare i corpi di oltre 3500 prigionieri della Risiera, soppressi direttamente dal personale carcerario ivi operante.

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La Risiera, oltre ad essere usata come campo di smistame

nto di oltre 8000 deportati provenienti dalle Provincie orientali destinati agli altri campi di concentramento nazisti, fu quindi adoperata in parte anche come luogo di detenzione, tortura ed eliminazione di prigionieri sospettati di attività sovversiva nei confronti del regime nazista.

Fu l’unico campo di concentramento meridionale.

 Il forno crematorio e la connessa ciminiera furono abbattuti con esplosivi dai nazisti in fuga nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945, nel tentativo di eliminare le prove dei loro crimini, ma sono stati descritti successivamente dai prigionieri testimoni del campo. Trai resti furono ritrovate ossa e ceneri umani.

Sul medesimo luogo, a ricordo, sorge oggi una struttura commemorativa costituita da una piastra metallica sul posto dove sorge il forno crematorio e da una stele che ricorda la presenza della ciminiera

 Riguardo alle ipotesi sui metodi di esecuzione, esse sarebbero avvenute o per gassazione attraverso automezzi appositamente attrezzati, o con un colpo di mazza alla nuca (ritrovata e custodita sino al 1977 nel museo della risiera, rubata poi l’anno successivo) o per fucilazione. Nel complesso le esecuzioni sarebbero state almeno cinquemila, secondo una stima approssimativa, sebbene non si disponga

di dati certi.

Nel campo erano presenti diversi edifici che oggi non esistono più, in seguito alla trasformazione in campo profughi per gli esuli giuliano-dalmati nel 1945 e alla seguente ristrutturazione e trasformazione in “Monumento Nazionale“.

Sono visibili:

  • La “cella della morte” dove venivano rinchiusi i prigionieri portati dalle carceri o catturati in rastrellamenti e destinati ad essere uccisi e cremati nel giro di poche ore.
  • Le 17 celle in ciascuna delle quali venivano ristretti fino a sei prigionieri, riservate particolarmente agli Sloveni e Croati, ai partigiani, ai politici, agli ebrei, destinati all’esecuzione a distanza di giorni o di alcune settimane. Le due prime celle venivano usate per la tortura e la raccolta di materiale prelevato ai prigionieri e vi sono stati scoperti, fra l’altro, migliaia di documenti d’identità, sequestrati non solo ai detenuti e ai deportati, ma anche alle persone inviate al lavoro coatto.
  • L’edificio seguente di quattro piani, dove venivano rinchiusi in ampie camerate gli ebrei ed i prigionieri civili e militari destinati per lo più alla deportazione in Germania, uomini e donne di tutte le età e bambini anche di pochi mesi. Da qui finivano a DachauAuschwitzMauthausen, verso un destino che solo pochi hanno potuto evitare. Nell’edificio centrale, usato come caserma, con il forno crematoriosi trova l’interessante museo.
  • Il Forno crematoriocon a fianco il museo: all’epoca i locali dell’attuale museo erano utilizzati come obitorio.

 

GOCCE DI MEMORIA…PER NON DIMENTICARE

Ieri sera a “CHE TEMPO CHE FA” è stata intervistata la Senatrice a Vita Liliana Segre.

E’ stato un momento prezioso per noi di ricordi riferiti all’uccisione di milioni di ebrei che speriamo possano servire a farci riflettere sulla cattiveria umana e soprattutto a far sì che non succedano episodi simili nella storia.

Queste parole sono gocce di memoria molto preziose che ci devono aiutare a riflettere per migliorare le nostre azioni.

JACOPO BUSCIONI

Binario 21

Binario21                                                                                                                                                                                                                                                                                           

Sotto la stazione Centrale a Milano si nasconde un luogo che fa tristemente parte del nostro passato, ma che in pochi conoscono: il Binario 21. Non è né una replica del binario 21 attualmente attivo in stazione né di un binario “qualsiasi”. Ma è il luogo da cui ebbe inizio l’orrore della Shoah a Milano. Da qui partirono, tra il 1943 e il 1945, i treni pieni di deportati ebrei diretti ai campi di sterminio nazisti. In tanti partirono, in pochissimi tornarono.
Il Binario 21 oltre ad essere un luogo della Memoria è diventato il Memoriale della Shoah di Milano e ad esso collegato c’è un progetto più ampio che ha lo scopo di rendere omaggio alle vittime dello sterminio e di far nascere un contesto vivo e dialettico in cui rielaborare attivamente la tragedia della Shoah. E, soprattutto, per non dimenticare.
Ad accogliere i visitatori c’è una grande scritta che non passa di certo inosservata. INDIFFERENZA. Questa parola è stata scelta con cura e sta a rappresentare il sentimento che, più di ogni altro, ha fatto patire gli ebrei: l’indifferenza della gente nei confronti di ciò che stava accadendo.


Nel “cuore” del memoriale si trovano quattro carri merci dell’epoca, uguali a quelli che si avviarono alla volta dell’inferno. Tra il dicembre 1943 e il gennaio 1945 partirono da qui una ventina di convogli stipati di ebrei e di oppositori politici. In ogni vagone stavano dalle 50 alle 80 persone, quando chiaramente non c’era spazio per tutti. Non c’erano finestre, se non qualche fessura. Non veniva dato da mangiare né da bere ed i bisogni fisiologici si facevano in un secchio. Il viaggio durava 7 giorni e non tutti arrivavano a destinazione.
Lungo il Muro dei Nomi si trova una grande installazione in cui sono riportati i nomi delle 774 persone che vennero deportate: in bianco le vittime e in giallo i pochi sopravvissuti (22). I nomi non sono statici ma vengono messi in evidenza a rotazione, per restituire dignità a queste persone.
All’interno del memoriale c’è anche un luogo di riflessione, ricavato in una fossa di traslazione della stazione. Il suo interno è volutamente opprimente e buio (l’unico spiraglio di luce è una striscia che indica l’est) ed ha lo scopo di stimolare la riflessione ed il raccoglimento. Perché il memoriale non vuole essere soltanto un monumento alla memoria di chi non c’è più, ma anche un luogo per riflettere.

                Ennio hajrulla  😉

 

Il Vegetale

 

“Dopo aver rovinato la discografia italiana mi sembra giusto rovinare anche il cinema”        Parola di Fabio Rovazzi.                                                                                                                                               Infatti dopo essere diventato un fenomeno grazie al brano “Andiamo a comandare ha deciso di dedicarsi anche al cinema, e per questa volta si è affidato a Gennaro Nunziante. La strana coppia è dal 18 gennaio nelle sale italiane con Il vegetale, in cui Fabio Rovazzi interpreta Fabio Rovazzi, personaggio che si chiama come lui, si muove come lui, ha i baffetti come lui, ma non è proprio lui, visto che è un ventenne neolaureato che cerca lavoro senza successo. Quando il padre, interpretato da Ninni Bruschetta, subisce un grave incidente, Fabio decide di occuparsi della sorella minore, Nives, e per farlo accetta di andare a andare a “lavorare” in una periferia di Milano.                                                                                                                           

Deriso dalla sorella, illuso dalla maestra locale, schiacciato dal peso delle cassette di ortaggi, Fabio ha, però, un sostegno morale: Armando (Luca Zingaretti), figura che dispensa consigli, visto che pensa che la generazione del ragazzo sia composta solamente da ragazzi poco maturi che non sanno rimboccarsi le maniche.

Noi vi raccomandiamo a vederlo 🙂

KRISTEL & VIOLA

 

TORNANO I FILM MERANDA ALLA SCUOLA SECONARIA DI QUARRATA

Tornano i film merenda alla scuola media di Quarrata; film dedicati soprattutto ai più piccoli e ai bambini che frequentano il primo anno di scuola primaria.

Tra i vari cartoni e film proposti se ne trovano da più recenti ( come per esempio ballerina ;oceania;Baby boss;ecc…) a quelli un po’ più “storici” (miracolo nella 34° strada;il re leone;la bella e labestia; ecc…).

Sono pomeriggi interamente dedicati ai bambini.

I film merenda inizieranno dalle 14:00 fino alle 16:00 circa il costo individuale è di 1€.

Questi pomeriggi sono gestiti dagli alunni della 3^F.

SPAGNESI NOEMI